Il vincitore della seconda edizione del "Filo&Bottoni"
Pubblichiamo l'elaborato dello studente Samuele Croci di 5A, vincitore della seconda edizione del “Filo&Bottoni”, concorso di scrittura filosofica che quest’anno chiedeva agli studenti di riflettere sul tema dell’indifferenza.
La traccia che Samuele ha scelto come punto di partenza è la seguente:
«Siate consapevoli che se desiderate, come me, costruire una società in cui i singoli cooperino generosamente e senza egoismo al bene comune, dovete aspettarvi poco aiuto dalla natura biologica. Bisogna cercare di insegnare generosità e altruismo, perché siamo nati egoisti. [...] Per un gene, gli altri geni sono solo parte dell'ambiente, allo stesso modo in cui lo sono le rocce, l'acqua o il cibo. Un gene è un'unità che sopravvive non perché è "buona" o "altruista" nel senso umano, ma perché costruisce macchine da sopravvivenza che proteggono i suoi interessi. L'indifferenza verso il benessere di altri individui, a meno che non porti un vantaggio alla replicazione del gene stesso, è la strategia di base della vita sulla Terra».
R. Dawkins, Il gene egoista (1976)
ELABORATO
In questo passaggio, tratto da “Il gene egoista”, è evidente la concezione pessimistica di Dawkins nei confronti della natura umana. L’autore difende l’idea che l’uomo sia nato egoista e che come tale sia portato per natura e istinto a difendere i propri interessi prima di quelli altrui. L’unità di base dell’uomo è quindi un “gene egoista”, che trova nell’indifferenza verso l’altro il suo cavallo di battaglia. A tal proposito, l’autore afferma che per poter costruire una società giusta, basata sulla cooperazione tra individui, è necessario tenere conto della natura radicalmente indifferente dell’uomo.
Seppur io sia d’accordo con l’idea di Dawkins che sia possibile costruire una società migliore, che vada oltre quell’indifferenza che ormai ha contagiato, anche solo in parte, ognuno di noi, ci sono alcune sue riflessioni che mi trovano in disaccordo.
È ormai accertato che l’uomo, in quanto animale, abbia per natura un prevalente istinto di sopravvivenza che solitamente lo porta a ricercare il proprio benessere prima di quello altrui. Se l’autore, nella sua riflessione, si fosse limitato a far coincidere il “gene egoista” con questo istinto, avrebbe avuto l’approvazione di ogni persona minimamente informata sulla biologia di base, me compreso. Ma, come evidente in questa citazione, Dawkins va oltre la semplice interpretazione scientifica della natura umana, presentando l’uomo come essere naturalmente indifferente “verso il benessere di altri individui”. Da questo punto di vista, la lettura di Dawkins è superficiale, banale oserei dire, ma non del tutto per colpa sua. Nel momento in cui scrive il suo trattato non è ancora a conoscenza di scoperte scientifiche, come i “neuroni specchio”, che verranno fatte nel corso degli anni ‘90. E nel 1976, anno di pubblicazione dell’opera, l’idea che l’indifferenza umana sia dettata dalla sua biologia è ancora una teoria valida. È però proprio perché i tempi sono cambiati che non posso essere d’accordo con questa sua affermazione.
L’uomo non è indifferente per natura. La causa dello sviluppo di tale indifferenza, specialmente negli ultimi secoli, va ricercata in ambiti per lo più geopolitici e psicologici. E’ fondamentale chiedersi sia perché l’uomo è indifferente, sia come tale “malattia” si sia diramata così velocemente.
Innanzitutto, la causa dell’indifferenza umana non può essere soltanto di natura biologica. Seppur sia provato che l’uomo è assoggettato al suo istinto di sopravvivenza, nel corso degli ultimi decenni sono state fatte scoperte scientifiche che ci portano a cercare le spiegazioni per la sua indifferenza altrove. Nei primi anni ‘90, un team dell’Università di Parma guidato da Giacomo Rizzolati, ha scoperto una nuova classe di neuroni: i neuroni specchio. Questi neuroni hanno la particolare funzione di farci “provare” sensazioni altrui, sono responsabili di quel sentimento di sofferenza che proviamo di fronte, ad esempio, al dolore fisico di un altro individuo. Senza entrare nel merito tecnico della questione, sono ciò che da un punto di vista scientifico ci permette di essere empatici. Se quindi è provato che l’uomo è per natura empatico, come è possibile che di fronte a enormi tragedie sia capace di restare indifferente nonostante “provi” anche lui quel dolore?
La risposta sta, come già preannunciato, nelle strutture geopolitiche e sociali che caratterizzano il mondo. Nel corso della propria vita le persone assistono ad innumerevoli tragedie, osservando quasi sempre da lontano la sofferenza altrui e finendo con l’abituarsi a tale scorrere del mondo. “La guerra fa parte del mondo, c’è sempre stata, e sempre ci sarà: perché dovrei preoccuparmene?” Questo ragionamento, molto diffuso, è dovuto all’assuefazione che storicamente ha contagiato grandi numeri di persone. Se qualcosa c’è sempre, e da sempre, perché cambiarlo?
Una delle cause dell’indifferenza è quindi l’abituarsi alla sofferenza altrui.
Un grande esempio, molto attuale, a riguardo, è il tema delle migrazioni nel Mediterraneo. Inizialmente, questi grandi spostamenti di persone, che rischiavano ogni giorno la loro vita per scappare da povertà e guerra, hanno colpito in modo molto forte la comunità internazionale. È stato per anni uno shock, qualcosa di nuovo e tragico, che però come quasi sempre accade, è finito per diventare la normalità. È ormai dato per scontato che ci siano immigrati che muoiono ogni giorno sui gommoni mentre cercano di sbarcare in Sicilia, e quando se ne parla al telegiornale cambiamo canale come se nulla fosse: ci abbiamo fatto l’abitudine. Da questo punto di vista, la colpa non è della nostra natura, non è colpa del nostro “gene egoista”, bensì della superficialità con cui accettiamo certi avvenimenti. La distanza geografica e la diversità culturale, ci portano a distaccarci emotivamente dalle sofferenze di altri esseri umani semplicemente perché così lontani e diversi da noi; seppur così diversi non siano, essendo anche loro umani. Questo argomento è trattato efficacemente da Leogrande ne “La frontiera”: il confine tra Stati e popoli agisce anche da distanziatore morale e psicologico. Non ci si preoccupa della sofferenza altrui, fino a quando questa non arriva “al di qua” del muro che ci divide.
Da un punto di vista prettamente psicologico invece, l’indifferenza può essere un meccanismo di difesa, una risposta ai troppi stimoli negativi ricevuti quotidianamente: è quindi di nuovo un muro costruito per proteggersi da ciò che accade agli altri. Proprio perché l’indifferenza può nascere come difesa psicologica di fronte alla complessità del mondo contemporaneo, non può diventare una posizione stabile. Difendersi emotivamente è comprensibile, rinunciare alla responsabilità morale non lo è. L’indifferenza è sia una scelta che una colpa. Attribuire la responsabilità dell’indifferenza dell’uomo alla sua biologia, come fa Dawkins, sarebbe come de-colpevolizzare tutti coloro che nel corso della storia sono “rimasti a guardare”. Le dinamiche sociopolitiche che ci indirizzano verso di essa non sono, e non possono, essere una giustificazione. A tal proposito parla Hannah Arendt con la sua definizione di male banale: non serve essere “cattivi” per fare del male, è sufficiente non essere critici abbastanza. Se di fronte ad un mondo che ci indirizza verso l’indifferenza non siamo capaci di cercare un’alternativa, siamo tanto colpevoli quanto coloro che causano il male che osserviamo. La stessa Liliana Segre ne parla riguardo ai nazisti: la maggior parte non erano “cattivi”, erano semplicemente incapaci di mettere in dubbio gli ordini che ricevevano. Non per questo possono però essere considerati meno colpevoli di chi quegli ordini li ha dati. Dobbiamo combattere per costruire una società che non solo sia priva di indifferenza, ma che sia soprattutto capace di riconoscerne l’importanza per poter attribuire le giuste responsabilità agli individui.
Un’altra giustificazione dell’indifferenza verso le grandi questioni del mondo, che è molto diffusa anche in Italia, è quella secondo la quale il singolo sia impotente. Una persona, da sola, non può avere un impatto sugli avvenimenti nel mondo e non ha quindi il dovere di preoccuparsene. Questa mentalità, in Italia in particolare, ha portato ad esempio ad un declino delle affluenze ai seggi elettorali: sempre più persone hanno maturato un disinteresse verso la politica seguendo quella mentalità pessimistica del “non c’è nulla da fare”. A questo proposito è bene ricordare che anche se l’individuo non può direttamente incidere su ogni evento del mondo, resta comunque responsabile delle proprie scelte quotidiane e delle proprie prese di posizione, che contribuiscono a formare il clima morale della società. “Scegliere di non scegliere” alimenta un mondo dove il pensiero critico e la responsabilità morale sono in declino. “Scegliere di non scegliere”, in qualsiasi caso della vita, comporta l’acconsentire a un mondo basato sull’indifferenza, dove troppo spesso i più sono complici delle decisioni ingiuste dei pochi.
Un pensiero molto diffuso nella società di oggi riguarda, inoltre, la prudenza morale. Secondo questa supposizione, il non intervenire coincide con l’essere prudenti. Il mondo è complesso e reagire subito può comportare una presa di posizione superficiale. Perciò, l’indifferenza può essere una forma di rispetto della complessità della realtà. Ecco, sebbene la sospensione del giudizio possa rappresentare una forma di prudenza di fronte ad un mondo così articolato, essa non può giustificare l’indifferenza quando sono in gioco diritti fondamentali e situazioni di evidente ingiustizia. Va bene essere prudenti se si tratta di giudicare una persona o una legge, ma questo non autorizza ad ignorare ciò che appare chiaramente ingiusto. Troppo spesso questa prudenza diventa una scusa, funge da cespuglio dietro cui nascondere la propria indifferenza verso tutto e tutti. Serve a non affrontare la propria irresponsabilità, e questo non può essere un meccanismo così diffuso in una società che propaganda la giustizia e la libertà.
In conclusione, “se desiderate, come me, costruire una società in cui i singoli cooperino generosamente e senza egoismo al bene comune” non cercate giustificazioni, né nella natura dell’uomo né nella società in cui vive. La colpa che Dawkins attribuisce al “gene egoista” è in realtà da attribuire all’Uomo con la u maiuscola, è da attribuire a tutti noi che lasciamo che siano gli altri a dettare le regole secondo cui dobbiamo vivere.
Chi come me, e come in realtà anche Dawkins, crede che si possa migliorare il mondo, non può farlo senza iniziare da sé ad allenare il proprio pensiero critico, interessandosi al prossimo e dimostrando che siamo più di semplici “macchine da sopravvivenza”.
In un mondo che sembra indicarci ogni giorno la strada verso l’alienazione e l’impersonalità, combattiamo insieme l’indifferenza con la libertà di riconoscerci responsabili.





